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I Film



CANNES 2018: Dogman

di Matteo Garrone, con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano
ITALIA 2018

Solidarietà, pace, integrazione: tutti slogan di cui ci riempiamo la bocca quando invece siamo (soprattutto, sempre) animali simili agli scimmioni di “2001 Odissea nello spazio”. A volte perché attacchiamo, a volte perché ci difendiamo, ma con una violenza che non sappiamo bene quanto sia strumentale all’atto del proteggersi, oppure (anche, almeno) un alibi per poterla “liberare” dalla gabbia, nonostante i continui tentativi di rimuoverla ideologicamente (almeno fra le persone “perbene”). Così succede al protagonista di “Dogman”, un film che s’ispira al celebre omicidio del Canaro avvenuto nel 1988 per poi affrancarsi dalla “storia” e raccontare qualcosa di più – antropologicamente e sociologicamente – contemporaneo. Matteo Garrone, infatti, trasforma il Canaro – una vittima, ma non del tutto priva di colpe – in un innocente in purezza che dopo aver subito per anni le angherie di un ex pugile violento e drogato e molesto, ed essersi pure fatto un anno di carcere per non averlo voluto denunciare (per “scelta” o costrizione dettata dalla paura?), scivola – quasi suo malgrado – in una “circostanza di vendetta” che sembra sfuggirgli di mano, diventando il momento in cui tutta la (meravigliosa) ambiguità del cinema di Garrone assume una cifra etica, oltre che estetica, aiutata dalla consueta abilità nello scegliere la location, un litorale marino – quello di Castel Volturno, anche se la storia si svolse alla Magliana – che racconta tanto il degrado, quanto l’umanità (nostra, e del suo cinema).

Tralasciando l’insufficienza del premio ricevuto a Cannes 2018 (miglior attore a Marcello Fonte: bravo, d’accordo, ma è stato un po’ come premiare una sola materia prima contenuta in uno splendido piatto al posto del piatto stesso o – almeno – dello chef), la potenza del film sta nel fatto che questa volta il regista di “Gomorra” mette la sua “poetica del torbido” al servizio della giustizia, obbligandoci a stare dalla parte del protagonista anche – anzi, soprattutto – quando si scatena la sua spirale d’innocente vendetta. Per questo il film è associabile a un budino al gorgonzola con sopra una spolverata di mandorle a fette: la bellezza del piatto racconta un personaggio umanamente bello (padre amorevole e amico di tutti), ma allo stesso tempo “molle”, cioè incapace di farsi rispettare nella “normalità”. Il naso di quel budino, apparentemente elegante, sa però di muffa, come pure “muffato” è il suo sapore, appena ingentilito dalla panna, proprio come è “decomposta” l’anima del protagonista perché si trova a fare quella che mai avrebbe voluto fare.  Un naso e un sapore apparentemente sgradevoli che però ci piacciono e ci seducono, proprio come ci piace e ci seduce la violenza messa in atto dal protagonista, appena spezzata da qualche tratto (duro, amaro) delle mandorle sopra che fungono da richiamo alla realtà del gesto.

Marco Lombardi


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